Anche l'OPera Nomadi risponde al Dott. Chiesa
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La lettera apparsa sul Mattino del 10/01/09, firmata dal Presidente della Sezione Veneto e Trentino Alto Adige della SIMEU, Maurizio Chiesa, ci ha lasciati, da subito, letteralmente senza parole e abbiamo preferito, per rispetto, dar voce prima di tutto alla famiglia. Siamo indignati dal fatto che si possa strumentalizzare in questo modo un caso così tragico come quello di Marta Cimento, per portare l'attenzione dell'opinione pubblica sulle problematiche di gestione e di uso delle strutture di emergenza. Esigere chiarezza su un singolo episodio non significa affatto mettere in discussione la Sanità Pubblica italiana che garantisce cure a tutti i cittadini in modo gratuito, esprime, bensì, un'inderogabile esigenza di trasparenza, fondamentale per migliorare ulteriormente i servizi erogati. Con questa consapevolezza ci siamo sempre espressi, moderando i toni e senza cedere a tentazioni colpevoliste, ribadendo la nostra fiducia nell'operato della Magistratura, l'unica che abbia l'autorità per giudicare i fatti. La perdita di Marta ha fatto notizia di per sé, per la persona che era e, in tutte le occasioni in cui abbiamo avuto modo di ricordarla e di raccontarla a chi non aveva avuto il privilegio di conoscerla, abbiamo volutamente evitato di parlare delle circostanze che hanno portato alla sua morte. Ci sembra dunque del tutto inopportuno e volgare, uscire in prima pagina con sentenze di assoluzione, quando l'inchiesta del Tribunale di Padova sta ancora facendo il suo corso. Così facendo, si scatena solo un polverone mediatico che pregiudica, oltretutto, la possibilità di una serena discussione sulle problematiche riguardanti la Sanità Pubblica, come auspica lo stesso dott. Chiesa. Marta era molto malata quando si è rivolta al pronto soccorso di Padova. Forse il dott. Chiesa non ricorda che la nostra Vicepresidente si era presentata presso tale struttura già il giorno 3 gennaio 2008, cioè due giorni prima della morte. E forse il dottore non sa, ma noi si perché c'eravamo, che nelle ore che ne hanno preceduto la morte, Marta è stata lasciata su una barella senza che nessuno si preoccupasse di chiederle come stava, mentre il suo dolore e la sua sofferenza crescevano sempre di più. Lui non ricorda. Noi purtroppo ogni giorno riviviamo il dolore della perdita di un'insostituibile compagna di lavoro, di un punto di riferimento fondamentale e di una carissima amica. La sua scomparsa è un danno irreparabile per la comunità rom e sinta e per la nostra Associazione di cui Marta, in qualità di Vicepresidente, rappresentava il futuro. Noi non possiamo stabilire se l'infezione di Marta fosse una di quelle "situazioni cliniche oggettivamente complesse, difficili da affrontare e che in alcuni casi presentano evoluzioni francamente inaspettate", perché non siamo dei tecnici. Non possiamo però non chiederci come sarebbe andata se, nel Pronto Soccorso diretto dal Dott. Tosato, fosse stata prevista la presenza in organico di medici chirurghi che, in base all'ultima programmazione, sono stati "messi alla porta", se in quei giorni festivi Marta fosse stata visitata non solo da giovani medici, presumibilmente con pochi anni di esperienza o se il personale infermieristico e ausiliario fosse stato sufficiente a far fronte alla mole di lavoro, sarà l'inchiesta a stabilirlo. Sarebbe interessante anche capire cosa sarebbe successo il 3 e il 5 gennaio 2008 se negli ambulatori del pronto soccorso fosse già stata affissa, come ora, la comunicazione secondo la quale, "grazie all'interessamento del Primario", a tutti coloro che presentano i sintomi denunciati da Marta in entrambi i ricoveri, debba essere effettuato un esame per verificare la presenza di infezioni. Anche su questo aspetto della vicenda attenderemo senza clamori il parere definitivo della Magistratura. Vogliamo solamente augurarci che, la prossima volta che rivedremo Marta su un quotidiano, le parole non facciano a pugni con il buonsenso ma che, da esse, traspaiano rispetto e umanità. Opera Nomadi di Padova - Onlus |


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