01.07.06

Venezia. I suonatori di strada. Rom rumeni

Archiviato in Argomenti vari taggato , , , at 00:44 by Blog Admin


da Il Gazzettino del 22 Giugno 2006

FENOMENI VENEZIANI

Un affare da 500mila euro l’anno, forse più, considerando il pieno di turisti nelle stagioni propizia. I musicanti che si alternano presso i plateatici veneziani sono formati da una decina di gruppi, che dividono la loro attività rispettando, nella loro divisione per zone, i sestieri: ci sono quelli che lavorano a Rialto (4 gruppi) e si fermano giusto a San Polo, altri 3 che occupano Dorsoduro fra Zattere e campo Santa Margherita, altri ancora impegnati a Cannaregio. In gran parte sono zingari provenienti dalla Romania, che a Venezia si sono inventati un mestiere: suonare per i clienti dei bar, dei ristoranti, delle trattorie. Il loro territorio è tutto ciò che fa plateatico, cosa non difficile vista l’abbondanza di questo suolo pubblico “privatizzato”.Il litigio dell’altro pomeriggio in Erbaria, a Rialto, fra due gruppi di suonatori, rappresenta un fatto probabilmente episodico, ma chiarificatore sulla divisione territoriale ed economica che i musici si sono dati. Chiacchierando con chi li conosce, sembra infatti non esistere alcun “grande vecchio” a cui rispondere: le zone sono naturalmente divise rispettando chi ci è arrivato prima ed approfittando dei “buchi” lasciati vuoti e dei nuovi luoghi “barizzati”. Le formazioni vanno dai 3 elementi, solitamente violino, chitarra e fisarmonica, al “one man show”, il bohemienne che con chitarra o fisarmonica intrattiene i clienti fidando nel loro buon cuore. Proprio uno di essi, tal Juan, è stato aggredito due giorni fa da due suoi colleghi e concorrenti, i quali lo hanno accusato non solo di invadere la loro “piazza” ma di dover in giro anche del denaro. Ora la chitarra di Juan è sfasciata, ma dovrebbe riuscire a comprarne un’altra celermente. A conti fatti, ogni formazione, dal pomeriggio a notte fonda, suona per circa 50 volte, ripetendo le esibizioni negli stessi plateatici o girando a ripetizione per i tavolini del rione. Ad ogni esibizione, il ricavato è di circa 10 euro, solitamente in monetine (cifra confermata dai bar dove vanno a cambiare gli spiccioli); non raro il caso di qualche turista benefico che allunga banconote da 10 o da 20 euro, magari per far bella figura con la fidanzata o con gli amici di rango. Pertanto, si può tranquillamente conteggiare, per ogni formazione da due e da tre elementi, un ricavo serale pari ad un minimo di 500 euro. Moltiplichiamolo per un mese e poi per un anno fino ad affermare che il mestiere è ben retribuito ed esentasse. «Però non sono bravi – dicono i gestori a Rialto – piuttosto musicisti raffazzonati, lontanissimi parenti dai tzigani di un tempo. Le loro musiche sono spagnoleggianti e ripetitive, niente canzoni italiane». Ci sono bar che li accolgono, altri che li tollerano, altri ancora li rifiutano con cortesia ma con fermezza. Ieri hanno suonato poco, perché la rissa ha destato qualche apprensione tra i gestori. Un po’ d’acqua sotto i ponti e tutti sono sicuri che i musicisti torneranno ed in forze.
Tullio Cardona

Commento
E’ sicuramente un fenomeno veneziano questo Tullio Cardona che è riuscito a calcolare il budget dei suonatori di strada. Come mai i bar li accolgono se non sono bravi? sono buoni i gestori? Non potrebbe essere un’occasione per sviluppare un progetto di lavoro come si sta facendo a Roma? invece di trovare, anche qui, qualcosa che non va perchè sono zingari

In 1500 da tutta Europa per i funerali del piccolo nomade

Archiviato in Argomenti vari taggato , , , , at 00:33 by Blog Admin

Domenica, 25 Giugno 2006

SANTA MARIA DI SALA

Per il piccolo nomade di quattro anni, morto giovedì scorso all’ospedale di Padova in seguito ad una grave malattia, è stato ottenuto dalle autorità preposte il permesso di trasferimento a S. Maria di Sala dove i familiari avevano sostato con le loro roulottes. Qui, alla presenza di oltre ottocento altri nomadi , nel pioppeto di via Ferraris nella zona industriale, è stata accolta la piccola bara. Per onorarne la salma, al centro dell’accampamento è stato costruito uno spazio che è stato interamente rivestito di fiori, una vera cascata di fiori bianchi.La piccola bara è stata collocata al centro e tutt’intorno si sono posti i familiari e i parenti per la preghiera. Nella mattinata di venerdì il parroco di Santa Maria di Sala, don Mario Rossetto, ha celebrato le esequie ed è poi continuata la veglia. Nella stessa giornata, e per tutta la notte seguente, sono continuati gli arrivi di altri parenti e conoscenti provenienti da tutta Europa fino ad arrivare, è stato assicurato, a millecinquecento persone. Ieri poi la piccola salma è stata trasferita a Trebaseleghe per la tumulazione.Il capo del coordinamento ha detto che questo loro modo di onorare i defunti è nella tradizione alla quale mai verranno meno “E noi, che siamo cattolici, facciamo tutto quello che Dio ci comanda di fare”.

ed ecco la Lega Nord

Interpellanza urgente per la loro presenza nel pioppetto del demanio comunale

Nomadi in lutto, “orde” per la Lega Nord

Roulotte e auto si erano fermate in quel luogo per il funerale di un bambino della comunità

Mentre tanti cittadini di S. Maria di Sala in occasione della veglia e del funerale del piccolo zingaro, che si è svolta sabato scorso nel pioppetto del demanio comunale di via Ferraris di S. Maria di Sala, dove hanno sostato circa un centinaio di roulottes e auto per 1500 nomadi , si sono chiusi in un rispettoso ed umano silenzio giustificandone la sosta, c’è stato chi, invece, Lega Nord-Liga Veneta Padania, ha inviato al sindaco della comunità salese una interpellanza urgente con la quale si chiede che fine hanno fatto gli 80 mila euro stanziati per la sicurezza; come sia possibile che nonostante questo stanziamento ci siano ancora segnalazioni di furti; perchè non si sia provveduto immediatamente allo sgombero dell’area e quali sono stati gli accorgimenti adottati per l’igiene e per la protezione della cittadinanza. Se la forza pubblica è intervenuta, e come sia stato possibile un tale insediamento.La stessa interpellanza contiene anche una “comunicazione” che così recita: «In occasione dell’”occupazione non autorizzata” da parte di orde di persone di provenienza da definire, con conseguenti problemi di costi per il ripristino dell’ambiente, sorge un problema morale: la fiducia che i cittadini possono riporre nelle istituzioni”.
Il comandante dei vigili urbani di S. Maria di Sala, Aldo Pagnin, assicura che l’autorizzazione alla sosta dei nomadi è stata data per un fatto altamente umanitario e dietro garanzie che se ne sarebbero andati entro domenica (l’altro ieri).
“E c’era da crederci – ha aggiunto Pagnin – perchè è nelle loro usanze non fermarsi e non ritornare più nel posto dove è stato onorato un loro congiunto morto; da quel momento, quel luogo, diventa sacro. Comunque vigileremo”.
L’insegnante Franca Fattori, ha aggiunto che un gesto di umanità non lo si nega a nessuno. Del resto anche con le sagre e con la pubblicità elettorale si sporca e poi va ripulito, ma il fatto accaduto la settimana scorsa va assolutamente compreso. E poi, il presidente del consiglio comunale salese non è della Lega? Le si chiedano a lui le spiegazioni”.

Carlo Petrin

EUROPA D?AUTORE – Matvejevic riscrive e amplia il suo celebre libro-denuncia

Archiviato in Argomenti vari taggato , , , , , , , at 00:23 by Blog Admin

Il mio MONDO EX dalla zattera dissidente contro le democrature

Siamo abituati a perdere. Ogni giorno qualcuno intorno a noi si allontana o sparisce, un’amicizia o un amore impallidisce o si estingue, la morte si porta via uno dei nostri. Perdere fa parte del destino.
Però è raro perdere un paese. A me è capitato. Non parlo di uno stato o di un regime, ma proprio del paese dove sono nato e che, ancora ieri soltanto, era il mio. Non c’è più. Ho amato la Iugoslavia intera, indivisa, unita. Senza peraltro essere un nazionalista iugoslavo. Come avrei potuto esserlo, avendo origini croate, russe, ucraine e altro ancora? Ero affezionato ai luoghi, ai loro abitanti, a tante cose che mi erano vicine.
Ho fatto miei in uno stesso tempo l’Adriatico e il lago di Ohrid in Macedonia, le Alpi slovene e le rupi montenegrine. Ho considerato serbi e croati come fratelli, in particolare quelli tra loro che, come me, si opponevano allo sciovinismo serbo e croato. Non perdonavo a costoro di disprezzare i bosniaci, di volerli asservire o convertire. Mi sentivo a casa mia in Vojvodina, in mezzo a tante minoranze nazionali, e ho avuto degli amici nel Kosovo, tra gli albanesi. Mi davo da fare quanto potevo per essere di sostegno a un piccolo gruppo di italiani rimasti in Istria dopo un tragico esodo, così come ai nostri zingari , dispersi in ogni parte.
Gli zingari furono numerosi nel mio paese: qualche volta mi facevo passare per uno di loro.
Affermo, signori giurati, di non aver auspicato la disgregazione della Iugoslavia. I nazionalisti hanno un bel rimproverarmi uno iugoslavismo che qualificano “unitarista”. Confesso di non amare la maggior parte delle parole che finiscono in “ismo”: preferisco quelle in “tà”, come fraternità, o libertà, e altre come forse iugoslavità, nel senso che alla parola davano un tempo i migliori dei nastri antenati e, ancora recentemente, i più valorosi dei resistenti Signori croati, sappiate che io non sono meno buon croato di voi, per il fatto di essere cosmopolita e amico degli altri iugoslavi. Signori serbi, io amo il vostro popolo, pur denunciando quei caporioni nazionalisti che tanti tra voi hanno applaudito. Aborrisco tanto gli ustascia quanto i cetnici, senza chiedervene scusa.
Onoratissimi prelati di ogni confessione, devo pregare anche voi di assolvermi dal peccato di aver creduto che le chiese ortodosse e cattoliche, che invocano un unico Cristo, avrebbero potuto fare di più per avvicinare i loro fedeli e condannare l’odio per il prossimo che li anima.
Non ho nient’altro da ammettere davanti ai giudici dei nostri tribunali nazionali né da confessare ai nostri direttori di coscienza. Non intendo più lottare per la restaurazione di una nuova Iugoslavia. Come potrei farlo, anche se lo volessi? Con chi e con quali mezzi? Dopo Vukovar, Sarajevo, Mostar, Srebrenica e tanti altri luoghi di sterminio, so bene che sarà necessaria più di una generazione per ricostituire i legami tua di noi, e che forse mai più la nostra unità sarà ricostituita. Molto probabilmente l’avvenire sarà più favorevole per voi, vincitori, che per noi che abbiamo perso.
Devo riconoscere, per completare la mia deposizione dinanzi ai nuovi tribunali, che nessuno mi ha costretto a lasciare il mio paese, o ciò che resta di esso. Ho scelto con piena consapevolezza uno status, poco confortevole, “tra asilo ed esilio”. Avrei potuto restare, adattarmi, mantenendo il silenzio. (Ci sono silenzi che finiscono per diventare eloquenti). Dopo aver difeso, sono il regime che è crollato, certi prigionieri che adesso reggono le redini del potere, non avevo niente da temere. Uno di loro avrebbe persino voluto offrirmi una carica nella gerarchia. Mi sembrava più dignitoso l’esempio dei vecchi marinai pronti ad affondare con la loro nave in pericolo. Ho affrontato questo pericolo levando le ancore.
In effetti, nel caso specifico, non si tratta semplicemente di una patria perduta (l’idea di “patria” talvolta è ambigua, il suo passato non è sempre senza macchia). Come numerosi miei contemporanei, ho creduto che la nostra civiltà fosse capace di fondare e preservare comunità dove potessero coesistere varie nazioni, differenti culture, diverse religioni. Con il mio paese ho perso anche quella fede. (Su questo starò zitto, per paura di sembrare sentimentale o di lamentarmi). Non posso far altro che disapprovare il comportamento di certi intellettuali tradizionali – serbi, croati, sloveni o altri – che sostengono il nuovo regime esattamente come servivano il vecchio.
(Ecco perché già da tanto tempo ho scelto la via della dissidenza. E non intendo cedere su questo punto.)
Cosa resta a chi decide di uscire da un simile circolo vizioso e di andarsene? Dietro di lui una vita, come si dice. Sono due strumenti e due metafore dell’esistenza di un rifugiato: si parte su una zattera e si porta un fagotto. Sulla zattera c’è poco spazio, nel fagotto c’è poco posto. Quest’ultimo contiene le cose più elementari: indumenti essenziali, alcuni documenti necessari, foto di famiglia, a volte un oggetto più personale, legato a un ricordo. Sono rari quelli che fanno scivolare da qualche parte un libro, a meno che non si tratti di un breviario per le preghiere o di un manuale per apprendere la lingua del paese di destinazione.
Certe esperienze contano più di altre. Avevo ormai perso i miei genitori e la maggior parte dei miei cari. Le nuove “democrature”, a differenza dei regimi comunisti, permettono ogni tanto di tornare. È un vantaggio considerevole, a condizione di beneficiarne senza che se ne esiga una contropartita. (Ma per quanto mi riguarda, qualsiasi gratitudine è esclusa.)
Ricordo sempre uno dei miei primi incontri con gli emigrati dell’ex Iugoslavia, all’inizio della guerra, in un treno che partiva dalla Bosnia verso l’italia. Era strapieno e rumoroso. Nei vagoni di seconda classe c’erano soprattutto donne vecchie e giovani, madri con bambini piccoli. Riconoscevo i croati cattolici e i musulmani, distinguevo gli uomini dall’accento, le donne dal modo di vestire. (I serbi ortodossi erano partiti nella direzione opposta, diretti a oriente, verso la Serbia: alcuni erano stati costretti a partire dai propri connazionali. Non deve essere stato facile nemmeno per loro lasciare le proprie case.) Sentivo nomi a me noti dall’infanzia: Emina, Enes, Pero, Ante, Jasmina, Ismail, Andjelka, Fatima. Tutta povera gente: quella che in Bosnia, fin dall’epoca turca, si chiamava Raja. Donne anziane con il fazzoletto legato sotto il mento, uomini con folte barbe, gli uni e le altre riarsi dal sole al quale erano stati a lungo esposti, e che in quella primavera senza pioggia si era fatto improvvisamente forte.
Ho visto fuggiaschi come questi durante la seconda guerra mondiale. Li chiamavamo con la parola arabamuhadziri, giunta con i turchi nelle nostre regioni. La maggior parte dei miei compagni di viaggio non sapeva dove stava andando. Alcuni avevano parenti in Croazia o in Slovenia, che si trovavano lì per lavoro. Trascinavano vecchie valigie, zaini, scatole di cartone legate con lo spago, buste di nailon che si rompevano di continuo… i loro fagotti. Alcuni avevano fatto una parte del viaggio lungo la costa adriatica, si erano imbarcati sui traghetti Vanga e Liburnija; con queste zattere erano andati per mare, probabilmente per la prima volta in vita loro, fino all’isola di Pago, nel viaggio verso Fiume. Altri si erano diretti verso nord via terra, evitando i punti pericolosi. Non tutti avevano potuto varcare la frontiera continentale tra Bosnia e Croazia, che fino a quel momento non esisteva: erano privi di mezzi, l’aiuto internazionale non era sufficiente, il paese traboccava di profughi.
Da Zagabria, il treno si era diretto verso la frontiera slovena e lì si era fermato. Una parte dei passeggeri aveva dovuto abbandonare i vagoni, la Slovenia non li poteva accogliere tutti. (Un mio amico di un tempo, ex scrittore e attuale ministro, aveva dichiarato che il numero dei profughi doveva essere rigorosamente limitato. La generosità non è illimitata). Tra la Croazia e la Slovenia era già stato costruito un nuovo edificio confinario, sulla cui “architettura” non ero riuscito a farmi un’idea precisa. Di qui passavo spesso, avevo imparato lo sloveno, mi sentivo come a casa mia. Mi stavo abituando al fatto che esistevano nuove frontiere. Non potevo fare nulla per imuhadziri della mia Bosnia, che avrebbero voluto tornare dietro.
Tornare dove? Le loro case erano state incendiate e distrutte dalle bombe di un esercito che si definiva “iugoslavo”. Loro stessi, fino a quel momento, venivano considerati iugoslavi; adesso erano bosniaci, croati, serbi, musulmani, cattolici, ortodossi, tutti diversi gli uni dagli altri pur essendo simili.
Proseguii il viaggio con coloro che avevano superato anche questa frontiera. Ci avvicinammo a quella italiana. Il treno, senza orario, si fermò alla stazione di Divacia, a poca distanza dall’italia. Un centinaio dei miei compagni di viaggio scesero dai vagoni, volevano rimanere a ogni costo nel loro paese, non volevano andare all’estero. Intervenne un gruppo di poliziotti. Assicuravano che in Italia era tutto pronto per riceverli, spingevano indietro alcuni dei più riottosi. “Noi rimaniamo qui. Questa è la nostra patria!” dicevano i vecchi. “No, questa è la Repubblica Indipendente di Slovenia”, rispose un poliziotto.
Le donne piangevano, ma non tutte: alcune erano ormai indifferenti. I bambini camminavano sui binari, facendo i loro bisogni dove capitava. C’era confusione, le autorità erano scontente.
Il treno aspettava.
Alla fine si misero d’accordo: una metà sarebbe rimasta, l’altra avrebbe proseguito il viaggio. Attraversammo quasi senza formalità la frontiera italiana. A Opicina ci aspettavano la popolazione slava e italiana, la Croce Rossa e la Caritas, la radio e la televisione, i pacchetti ben confezionati, all’italiana, doni di persone di buona volontà. In prossimità della frontiera, nei luoghi che una volta dividevano l’ex “zona A” dalla ex “zona B”, già causa di lunghe dispute italo-iugoslave, erano state erette le tendopoli. Qui imuhadziri bosniaci ed erzegovesi sarebbero stati ospitati provvisoriamente, finché non si fosse trovata una “soluzione migliore”. Quale? E quando? Alcuni sarebbero stati trasferiti subito in località della zona di confine, i cui nomi sentivano per la prima volta: Cervignano, Cividale, Paluzza, Pontebba, Caserma Monte Pasubio. I bambini erano contenti, nei pacchetti italiani c’erano dolci. (Il giorno dopo anche il ministro italiano per l’immigrazione dichiarò che non c’era più posto per i profughi bosniaci in Italia; in futuro gli aiuti sarebbero stati inviati direttamente nei Balcani).
Ho passato la notte successiva vicino alla frontiera, a Trieste: un’identità di frontiera, ha scritto il mio amico Claudio Magris, che vive in questa città a me così vicina, italiana e in parte slava, mediterranea e centroeuropea, cosmopolita e nazionalista. Mi è tornata in mente una canzoncina che avevo sentito per la prima volta durante la guerra, da un soldato italiano che, dopo la capitolazione dell’italia, aveva disertato, si era rifugiato per qualche settimana in casa nostra e poi aveva raggiunto i partigiani: “Senza frontiere, senza bandiere” (era forse triestino, si chiamava Mario, non ricordo il cognome).

Matrimonio Rom a San Vito al Tagliamento

Archiviato in Argomenti vari taggato , , at 00:21 by Blog Admin

Domenica, 11 Giugno 2006

“Nomadi” da tutta Europa per gli interminabili festeggiamenti di un matrimonio

San Vito al Tagliamento
Da tutta Europa per il matrimonio zingaresco. Dal 5 giugno e fino a martedì prossimo, San Vito, nelle adiacenze di località Rosa, vicino al fiume Tagliamento, ospita una tradizionale cerimonia di sposalizio tra zingari , comunità eterogenea dalle mille sfumature. Deroga del sindaco Gino Gregoris che ha firmato l’ordinanza comunale per permettere la permanenza temporanea (fino al 13 giugno) di roulotte e camper in una zona altrimenti inaccessibile per la sosta di carovane.
Il Comune fa sapere intanto che sono stati già presi accordi con gli ospiti per la pulizia del luogo. La zona, sede otto anni fa di un matrimonio di una principessa zingara, è stata scelta per la collocazione geografica che permette di non arrecare disturbi alla quiete pubblica. La festa nuziale, infatti, è caratterizzata dalla musica come un elemento imprescindibile e avviene tra banchetti principeschi dove il cibo è presente in grandi quantità, costituendo un momento particolare di incontro fra gruppi familiari diversi.
Alla presenza di circa 150 invitati, si sta svolgendo nel sanvitese uno degli elementi tradizionali del mondo degli zingari che affascinano e attirano curiosità, il rito del matrimonio; una volta che la famiglia ha accettato di dare in sposa propria figlia si ricorda che la purezza fisica della ragazza è un elemento fondamentale e un valore assoluto nella cultura zingara il primo passo è il periodo di fidanzamento, in cui gli sposi approfondiscono la conoscenza; successivamente può essere fissata la data del matrimonio che sfocerà in festeggiamenti che durano giorni come quelli in corso a San Vito.
Un elemento che non manca, ed è visibile per chi passa per la zona, è il fatto che gli invitati vogliono fare tutti bella figura e mettono in mostra il proprio status sociale attraverso lo sfoggio di ori, automobili, vestiti ed altri oggetti preziosi. Ad attirare l’attenzione, tra la quarantina di camper e roulotte posteggiate, è sicuramente la piccola pagoda, una sorta di baldacchino, ornato di fiori, che ospita la giovane coppia di sposi.Seduti nel posto d’onore, rimangono al centro del luogo dei festeggiamenti. Alla sera, il ritrovo è il grande tendone, simile a quelli di circhi, che raccoglie tutti gli invitati con musica e libagioni.Generalmente indicati come zingari , bisogna fare un distinguo nei tre gruppi principali che costituiscono questa realtà: Rom, Sinti e Kalé (gitani della penisola iberica), ai quali si ricollegano poi molti altri gruppi e sottogruppi; ognuno con le proprie peculiarità hanno un’origine e una lingua comune, l’India del nord e il romanès diviso in svariati dialetti. In Italia, la popolazione zingara è composta da circa100 mila persone e vede la presenza di Sinti e Rom con i loro sottogruppi. I Sinti sono soprattutto insediati al Nord mentre i Rom nell’Italia centro-meridionale. Circa 1’80% degli zingari che vivono nel nostro Paese hanno la cittadinanza italiana mente il 20% circa è rappresentato da zingari extracomunitari, soprattutto provenienti dai territori della ex-Jugoslavia; per quanto riguarda la loro religione, i due terzi sono di religione cattolica.
Emanuele Minca

Naturalmente c’è sempre chi vuol trovarci qualcosa di male

(em) “Disco verde” per le spese di pulizia del sito che ha ospitato il matrimonio degli zingari. Il versamento di due cauzioni tutelerebbe il Comune dalle spese. L’assessore Luciano Piccolo risponde al consigliere d’opposizione Antonio Primiano che aveva presentato un’interrogazione in cui chiedeva spiegazioni sulle conseguenze dell’insediamento in località Rosa di numerose famiglie di nomadi . Primiano evidenziava, tra le altre cose, che gli operai del Comune avevano prestato la loro opera per l’allestimento dell’accampamento soprattutto per quel che riguarda l’estensione dei cavi per l’allacciamento elettrico e che, una volta smontato l’accampamento, il terreno circostante sarebbe risultato pieno di rifiuti e quindi da pulire.
Inoltre ha evidenziato i possibili costi sostenuti per bagnare la strada bianca di accesso e sul fatto che l’accampamento non era stato dotato dei servizi igienici clinici necessari. Con queste premesse, il consigliere chiedeva se il Comune avesse impegnato i nomadi a farsi carico dei costi dell’insediamento e a farsi depositare una cauzione. «Come da accordi presi con il portavoce degli zingari, il 13 giugno hanno levato le tende e immediatamente sono iniziati i lavori di pulizia dell’area, conclusi il giorno successivo ha spiegato l’assessore Piccolo -. Voglio rassicurare Primiano e soprattutto la comunità che nessun carico ha gravato sul Comune». L’ex vicesindaco spiega che dapprima è stata sentita la cooperativa di Rosa e che i conduttori hanno quindi provveduto allo sfalcio dell’erba e alla raccolta del fieno; inoltre, che il portavoce degli zingari aveva depositato alla Ragioneria comunale in maggio una cauzione ad Ambiente servizi per la navetta adibita alla raccolta delle immondizie. «È stata anche versata ha aggiunto Piccolo – una cauzione ad eventuale supporto per il Comune ed eventuali danni che potevano verificarsi: per quanto riguarda i servizi igienici, voglio ricordare che tanto le roulotte quanto i camper erano dotati di servizi igienici chimici».