10.27.09

Padova, il rione alle prese con una difficile convivenza

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Mortise  in mezzo ai nomadi: bevono, schiamazzano, e pretendono di farsi la doccia al bar

 

Enzo Bordin

Ma c?è chi si consola: «Finché rimangono, qui non verrà a rubare nessuno». Macché razzisti vogliamo solo vivere in pace e intanto le nostre case si deprezzano ogni giorno che passa

 

I pensieri di Vasco Mazzari, contitolare assieme al fratello Maurizio dell’omonima pasticceria di via dell’Ippodromo a Mortise, prendono i colori incerti di questo autunno. Un autunno inquieto come i residenti del quartiere, alle prese con il campo nomadi di via Bassette. Il noto pasticcere racconta storie che sembrano ferme agli anni del dopoguerra, con sequenze da film veritè. «Zingare con bimbi e ragazzi al seguito, ma talvolta anche nomadi adulti, ogni mattina venivano qui da noi. Entravano in bagno e uscivano lasciando puzza e rabbuffi di sudiciume dappertutto. Bisognava disinfettarlo a più riprese con secchio e ramazza. E se le nostre dipendenti non davano loro la chiave, venivano tacciate da razziste. Sceneggiate fatte in mezzo ad altri clienti. Stanco di un simile andazzo, due settimane fa sono intervenuto con decisione dicendo che non potevano scambiare le nostre toilette per il gabinetto con doccia di casa. Da quel giorno l’andirivieni mattutino è cessato di colpo». Vasco ne ha per tutti. Per i rom di via Bassette ma anche per le autorità cittadine. «I controlli igienico-sanitari non devono valere soltanto per determinate categorie. Il giusto rigore nei confronti di noi esercenti deve valere a maggior ragione anche per i nomadi, visto l’habitat in cui hanno scelto di vivere. Perché ciò non accade?».
Anche al bar Sport di via Madonna della Salute, gestito da una cinese, i nomadi usano il bagno per lavarsi da capo a piedi, lasciando dietro di sé scie di fortori poco graditi dagli altri clienti. Giulia, nome italianizzato della titolare del locale, così sintetizza la situazione: «Questo succede alla mattina, quando le zingare vengono qui con i loro rumorosi bambini al seguito. Una volta ne ho contati una decina. Consumano qualcosa, fanno le loro cose in bagno e poi se ne vanno. Alla sera arrivano invece uomini e ragazzi rom. Bevono, si ubriacano e talvolta se ne vanno senza pagare». Alcuni clienti ascoltano in silenzio. La paura di ritorsioni li attanaglia. «Un giorno, passando davanti al bar in camionetta, alcuni di loro hanno puntato pollice e indice contro di noi facendo il segno della pistola», avverte un pensionato.
Puntiamo su via Bassette. Di fronte al campo nomadi, come per contrappasso, s’erge un ex fienile ristrutturato ad uffici con rustica dimora sottostante. L’ingegner Enrico Ventura: «Quella gente vive in un ambiente privo delle condizioni igieniche più elementari. I bambini vanno a giocare gettando i sassi sulla tangenziale. Per fortuna la barriera blocca di solito quelli grossi, lasciano filtrare solo i più piccoli. Ma guai se qualche pietra oltrepassasse quello sbarramento. Non voglio nemmeno osare pensarlo. Personalmente non ho nulla contro i nomadi. La loro presenza è comunque inquietante. Ogni sera devo accompagnare la nostra cameriera moldava alla fermata dell’autobus perché non vuole compiere quel tragitto da sola. La presenza del campo a pochi metri dalla nostra proprietà, sorto senza alcun rispetto stradale, sta deprezzando di molto la zona. Qui non si vende, si svende».
Ermenegildo Bellon ha fatto 96 «primavere», essendo nato nel lontano 1913. Abita in via Bassette dal 1932. Conosce i luoghi come se sue tasche. Come del resto suo figlio, Adriano Bellon di 64 anni, nato qui: «L’attuale terra dove c’è il campo nomadi era un tempo coltivato in affitto da mio nonno e dai suoi fratelli. Poi vi furono diverse compravendite tra privati che ci vorrebbero ore per raccontarne i retroscena. Resta da capire come il comune possa aver chiuso gli occhi davanti alla costruzione di quel campo nomadi in un terreno privato non edificabile. I rom hanno fatto ciò che è stato loro permesso». Poi ci fissa con due occhietti allusivi sparando una massima ad effetto: «Sono contento che gli zingari rimangano. Fin che ci sono loro, qui non viene a rubare nessuno».



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