11.03.09

Ancora Mestre-Favaro Veneto……..

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"la Regione verificherà se ci sono stati "abusi edilizi"

Manifestanti contro la costruzione del campo Sinti di Favaro Veneto MESTRE (10 marzo) – Torna a far discutere il campo per i Sinti che l’amministrazione comunale di Venezia sta costruendo a Favaro Veneto. Il Consiglio regionale sarà chiamato nei prossimi giorni a verificare la legittimità dal punto di vista urbanistico del villaggio, ossia se vi siano stati "abusi edilizi". Intanto, continua la pioggia di critiche sul campo e sulla scelta di Cacciari da parte delle forze politiche autonomiste. Che tutto sia stato fatto in regola, senza violare alcuna norma regionale, che le scelte urbanistiche siano legittime: questo sarà chiamato a valutare il Consiglio regionale, lo ha assicurato il presidente del Consiglio regionale Marino Finozzi al termine dell’incontro con il comitato "No campi nomadi", guidato da Sergio Memo e da Silvana Tosi.

Il presunto "abuso edilizio". La delegazione di cittadini di Favaro contrari alla realizzazione delle 38 villette prefabbricate del villaggio che sta sorgendo in via Vallenari, su un’area di 23 mila metri quadrati assegnati dal Comune all’insediamento stanziale della comunità dei sinti, ha incontrato oggi a palazzo Ferro-Fini i capigruppo consiliari per denunciare il presunto "abuso edilizio" della Giunta comunale veneziana e per sollecitare le autorità regionali a intraprendere un’azione legale per stoppare definitivamente l’opera.

Secondo i rappresentanti del comitato, accompagnati da Corrado Callegari (segretario provinciale della Lega Nord) e dal presidente del Consiglio comunale di Venezia Renato Boraso, «il villaggio di via Vallenari sta sorgendo in violazione della legge urbanistica veneta (LR 11/2004) e di quella che norma i campi nomadi (LR 54/1989)».
«In realtà – ha subito chiarito il presidente Finozzi – la legge regionale 54 stabilisce solo i parametri per accedere ad eventuali contributi regionali alle amministrazioni comunali che realizzino campi sosta, e quindi non riguarda il caso di Favaro Veneto».


Pdl e forze autonomiste contro la scelta di Cacciari. Gianpaolo Bottacin, Lega Nord,  ha «biasimato la scelta del Comune di Venezia che discriminare i veneti destinando 3 milioni di euro di risorse pubbliche ai sinti, anteponendoli ai tanti veneziani in attesa di un alloggio pubblico». 

Remo Sernagiotto, capogruppo di Forza Italia, intervenuto a titolo personale, ha definito «Una follia la scelta dell’amministrazione Cacciari di favorire un gruppo nomadi invisi a tutta la popolazione per i loro comportamenti a sociali e illegali».
 
Mariangelo Foggiato di Progetto Nordest ha ribadito la propria «contrarietà al villaggio e ha sollecitato Giunta e Consiglio regionali a prendere posizione in merito, senza cadere in strumentalizzazioni politiche di partito».

Piergiorgio Cortelazzo, di Alleanza Nazionale, ha ricordato che «il Comune di Venezia non può lamentarsi con la Regione per i tagli ai fondi sociali se dà priorità a questo tipo discutibile di scelte».

Diego Cancian, del Forum dei veneti, ha avvertito il comitato che «forse ormai è troppo tardi, perché la Regione, guidata dalle medesime forze politiche oggi presenti, ha già dato il proprio ok al progetto nel 2004».

«L’unico modo per fermare la realizzazione del villaggio – secondo Francesco Piccolo del Movimento popolare veneto – è il referendum popolare tra i cittadini veneziani, già richiesto con quasi 13 mila firme».

L’unica voce fuori dal coro è stata quella del consigliere del Partito Democratico Igino Michieletto, che ha richiamato l’istituzione regionale al rispetto dei diversi ambiti di competenza: «Quello di Favaro Veneto è un progetto deciso in autonomia dal Comune di Venezia, nell’ambito delle proprie competenze municipali – ha ricordato il consigliere di opposizione – La Regione, e in particolare le forze politiche che aspirano a proclamarsi federaliste, non possono invadere l’autonomia degli enti locali e intervenire a fermare un’opera che ha già completato, ad ogni livello, il proprio percorso autorizzativo».

Il Tar ha già detto "sì". Tutto il progetto di realizzazione del villaggio per la comunità Sinti a Favaro Veneto «è stato validato dal Tar Veneto che è intervenuto sia in diretta istituzione che a conferma della validità del progetto rigettando più ricorsi avanzati». Lo ha precisato in una nota l’assessore comunale ai lavori pubblici, Laura Fincato. Insomma, il tribunale ha già stabilito la legittimità del progetto, niente da fare per chi vi si oppone: «La verifica di legittimità è stata già prodotta proprio dalla sentenza del Tar  – insiste l’assessore – e ogni altro intervento è di natura politica e di parte, rispettabile certo, come le dichiarazioni del presidente Finozzi, ma non dirimente rispetto all’azione del Comune».

La Fincato poi ha aggiunto: «Stiamo procedendo nell’area di proprietà comunale con i lavori di sistemazione infrastrutturale (fognatura, acque, elettricità, parti comuni di viabilità esterna) e di realizzazione del piazzale su cui insisteranno le casette prefabbricate, già ordinate».

07.03.09

Blitz nei campi nomadi del Veneto, a Verona schedato anche Don Francesco Cipriani

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MAXI OPERAZIONE. Coordinata da Roma e Venezia ha coinvolto tutte le province del Veneto
La questura: «Un semplice monitoraggio di routine»
La comunità: «Censimento di massa mai visto prima»

Sono arrivati all’alba. Almeno sei automobili della polizia, tra i dieci e i venti poliziotti, armati di telecamere e macchine fotografiche, che hanno iniziato a individuare e identificare tutti i presenti nel campo nomadi di strada La Rizza 65, di Forte Azzano.
«Una normale attività di monitoraggio e di controllo», la definisce il capo della Squadra mobile della questura, Marco Odorisio.
«Una schedatura di massa mai vista prima», controbatte don Francesco Cipriani, il sacerdote che per conto della diocesi assiste spiritualmente nomadi, cura la pastorale tra i Rom e i Sinti e da 39 anni vive in mezzo a loro, con una piccola comunità di cui fa parte anche una delle maggiori teologhe italiane, Cristina Simonelli, che ieri mattina era partita poco prima dell’arrivo degli agenti. «Hanno fotografato tutti, compresi tre minorenni, di fronte e di profilo, con un cartello in mano coi dati anagrafici».
«Le fotografie sono state fatte solo a chi ha rifiutato di fornire documenti», sostiene invece Odorisio, «ai sedicenti». Ossia, a chi ha fornito solo a voce le proprie generalità».
«Niente affatto», replica don Cipriani, «molti sono stati fotografati con le carte di identità in mano».
Al di là delle versioni contrapposte, che non sia comunque una operazione «normale» lo conferma indirettamente proprio il comunicato della questura, che parla di «oltre 150 uomini della polizia, appartenenti a tutte le questure del Veneto, alla polizia scientifica, ai reparti prevenzione crimine Veneto, Liguria, Piemonte e Lombardia» e di «un controllo in 15 campi di nomadi giostrai nelle province di Venezia, Padova, Verona, Vicenza e Treviso». Un’operazione pianificata dalla Squadra mobile di Venezia e coordinata dal Servizio centrale operativo della polizia, ossia da Roma, che, recita il comunicato, «ha consentito di censire centinaia di giostrai, molti dei quali ritenuti dediti alla commissione dei cosiddetti reati predatori».
Una mobilitazione massiccia che ha partorito un topolino dal punto di vista della sicurezza, se è vero che c’è stato un solo arresto, quello di una quarantacinquenne trovata a Cerea, P. C., che deve scontare una pena di «mesi cinque e giorni ventotto di reclusione».
Colpisce, invece, nella comunicazione ufficiale la presenza del termine «censire», che era evidentemente il vero scopo dell’operazione, e la contemporanea assenza dei termini «rom» e «sinti», minoranze etniche alle quale appartenevano tutti i cittadini italiani «censiti», quasi a voler preventivamente nascondere un qualsiasi obiettivo di tipo razziale.
«Questa è invece un’operazione di polizia etnica», diceva in serata, in una piccola manifestazione di protesta che, nonostante la pioggia, ha radunato una ventina di persone davanti alla prefettura, Daniele Todesco, vicino a Migrantes, l’organismo della Chiesa cattolica che si occupa di immigrazione. «E in una struttura creata dal Comune nel 1989. Un domani che faranno? Verranno nelle nostre case?»
«Se poi si parla di "giostrai"», precisa Elisabetta Adami, della comunità del campo, «si dice una falsità. Perché qui nessuno lavora con le giostre e se lo fece in passato non lo fa più da decenni».
Giancarlo Beltrame

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01.03.09

Obama: sarà lotta alle lobby per far passare il piano economico

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WASHINGTON - Far passare al Congresso il piano economico da 1.170 miliardi di dollari di deficit di Barack Obama non sarà facile. Lo ha ammesso lo stesso presidente nel suo messaggio settimanale alla radio americana. Il capo della Casa Bianca ha difeso il suo bilancio «che rappresenta una minaccia allo status quo di Washington» e che «non sarà facile far passare» ma contemporaneamente ha lanciato una sfida a chi ha intenzione di non approvarlo: «Questo è il cambiamento che ho promesso sin da quando mi sono candidato alla presidenza. È il cambiamento che gli americani hanno votato a novembre ed è proprio il cambiamento quello che rappresenta il bilancio che questa settimana ho presentato al Congresso».

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PADOVA, POLIZIA INTERVIENE PER DIFENDERE RONDA

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 Le ronde dovrebbero dare una mano alle forze dell’ordine per la sicurezza nelle città. A Padova, invece, succede che la polizia deve fare gli straordinari per proteggere i leghisti di "Veneto Sicuro" dalle provocazioni dei No Global. E’ successo ieri sera in occasione di una mini ronda (meno di 10 persone) alla stazione ferroviaria, dove sono volati insulti e qualche schiaffo tra i ‘rondisti’ e i giovani dei Centri sociali che invece volevano portare coperte e generi di conforto ai senzatetto.

Per il sindaco di Padova, Flavio Zanonato, si è giunti al paradosso: "siamo arrivati alle ‘guardie dei guardiani’ – dice -, il risultato pratico è che le forze dell’ordine devono impegnarsi per proteggere i rondisti anziché i cittadini nei quartieri". I componenti del centro sociale "Pedro" che hanno provocato i "volontari" leghisti con la pettorina verde di "Veneto Sicuro" sono stati tutti identificati dalla Digos e verranno deferiti all’autorità giudiziaria. Attendendo l’eventuale querela di parte, la polizia segnalerà l’episodio delle minacce, insulti e spintoni di cui si sono resi protagonisti i disobbedienti nei confronti dei leghisti. Il questore di Padova, Luigi Savina, invita però a mantenere la calma: "la verità sull’impiego di cittadini per il controllo del territorio – dice il questore – ci sarà fra 60 giorni, con l’emanazione del decreto del ministro Maroni che regolamenterà in maniera seria i volontari per la sicurezza".

Secondo Savina "é inutile ora crearci problemi: l’art. 6 del ‘Piano straordinario di controllo del territorio’ prevede l’ipotesi di volontari iscritti in liste gestite dal prefetto. Chi si muove adesso in forma estemporanea, in una passeggiata per poche ore chiamandola ‘ronda’ o facendo una fiaccolata sono manifestanti così come lo sono gli studenti quando fanno i loro sit-in, o gli operai in sciopero". "Il pattugliamento che sarà possibile con il decreto Maroni – sottolinea – prevede invece conseguenzialità e costanza". Il questore snocciola infine i dati del bilancio 2008 del crimine nel padovano. "Sono in calo del 20% – osserva Savina – ed è un trend comune in tutta Italia. Noi ci auguriamo di trovarci alla fine di quest’anno con un ulteriore calo di un altro 20%".

 Della vicenda di Padova ha parlato in serata anche il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Giuseppe Pisanu, senatore del Pdl, fin dal primo momento critico sulle ronde. Secondo l’ex ministro dell’Interno, intervenuto a "Che tempo che fa", "finora queste ronde hanno più che altro funzionato come milizie un po’ patetiche di partito, o meglio peripatetiche (visto che camminano), ma non mi pare che abbiano risolto molti problemi. Anzi, qualcuno lo hanno creato, se è vero come è vero che ieri il questore di Padova ha dovuto mobilitare forze consistenti di polizia per proteggerle".

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26.02.09

Ascanio Celestini: le camere a gas sterminavano pidocchi.

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ascanio celestini Le camere a gas sterminavano pidocchi. Lo leggo sul giornale.   L’ha detto un prete francese e l’ha ripetuto un suo collega di treviso. Allora telefono a Piero.   Dico" vorrei farti un intervista per una trasmissione televisiva, una piccola cosa di cinque minuti". Mi dice che fino alla fine di marzo sta in giro "mi capisci, dice, pure tu stai sempre in torunée".   E io un po lo capisco, ma mica tanto.   Perché Piero non è un attore anche se vaga per l’Italia come me. Ma in genere lui è invitato a parlare proprio perché recita la sua parte, non c’ha il costume di scena, non impara le battute a memoria. Lo chiamano perché racconta un fatto suo, una cosa che gli è successa quando l’hanno portato in Polonia in un vagone dove ha viaggiato insieme a sessantaquattro persone.   Se in questi giorni non fosse stato impegnato nei suoi viaggi della memoria gli avrei chiesto un racconto che ho sentito fare da lui in un deposito degli autobus sulla Prenestina in un incontro di qualche anno fa. Parlava di quando stava nel campo D alla fine di luglio del ’44 e vedeva gli zingari nel campo E.    Dice che era un campo anomalo con le famiglie che vivevano ancora insieme. Ancora con i loro abiti e i loro capelli.   Persino con gli strumenti musicali. Separare le famiglie, privarle degli abiti e capelli per uno zingaro equivale a morire.   Per la burocrazia dello sterminio sarebbe stata una perdita di tempo, perciò li lasciarono alla loro gioiosa deriva. Una notte ci fu un trambusto e la mattina appresso il campo era deserto. Piero dice che "bastò un’occhiata alle ciminiere per capire che durante la notte erano state mandate a morire ottomila persone". Ma perché erano tanto odiati dai nazisti? Forse perché sono un popolo che non ha mai fatto guerre, non ha un esercito o una polizia. Non ambisce alla bomba atomica e se ne frega delle mine antiuomo, dello scudo spaziale e delle armi chimiche. Non fonda banche e assicurazioni, né terrorizza con l’inganno del prodotto interno lordo. Non costruisce galere e manicomi. Non ha fabbriche che inquinano fiumi, né compagnie aeree che avvelena l’aria. Non ha prodotto amianto cancerogeno, né imbottiglia l’acqua per lucrare su un bene che dovrebbe essere comune. Non bombarda la frutta con i raggi gamma, né produce ortaggi transgenici. Non possiede supermercati, fast food e ipernegozi del mobile componibile. Non ha leader che diventano burocrati, politici, preti e commercialisti, papi o re, leader di schieramenti politici e segretari di partito o di sindacato, amministratori delegati e maestri venerabili di lobbie massoniche, ministri, sindaci, presentatori televisivi e veline. Non controlla l’informazione con giornali e televisioni.   Non viaggia nello spazio e nel cyberspazio.   Non guadagna col copyright e non.    E’ vero, si tratta proprio di pericolosi parassiti.   Un problema da risolvere con il DDT. Buona tournée, Piero.

16.01.09

Padova – quartiere Camin: staccano i bollini rossi dalle piante malate scambiandoli per segnali rom

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Il mattino di Padova – 15 gennaio 2009   pagina 24   sezione: CRONACA

  CAMIN. Con la fobia dell’insicurezza non si scherza. Succede così che dei segni rossi tracciati sui tronchi degli alberi allarmino e pazienza se sono soltanto i contrassegni dei giardinieri del Comune per distinguere gli arbusti malati. Con le percezioni dei residenti non si scherza, i giardinieri – dopo aver individuato gli alberi da abbattere – dovranno ripetere l’operazione e contrassegnarli di nuovo, visto che i bollini rossi i residenti hanno pensato bene di cancellarli. Non si sa mai, magari erano messaggi in codice dei rom. Il fatto è accaduto per davvero in via Vigonovese a Camin. Quando gli abitanti hanno scoperto quei segni hanno pensato subito alle carovane dei nomadi stanziate sugli argini. L’associazione di idee è stata immediata. Meno male che al settore verde hanno il senso dell’umorismo…

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13.01.09

Anche l’OPera Nomadi risponde al Dott. Chiesa

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La lettera apparsa sul Mattino del 10/01/09, firmata dal Presidente della Sezione Veneto e Trentino Alto Adige della SIMEU, Maurizio Chiesa, ci ha lasciati, da subito, letteralmente senza parole e abbiamo preferito, per rispetto, dar voce prima di tutto alla famiglia.

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Il Padre: «Silenzio per rispetto verso Marta»

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il mattino di Padova – 12 gennaio 2009   pagina 11   sezione: CRONACA

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«Caso Cimento», il cugino medico risponde a Chiesa e contesta le procedure in ospedale

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ll mattino di Padova – 12 gennaio 2009   pagina 11   sezione: CRONACA

 Ad un anno di distanza dalla tragedia di Marta Cimento, la trentunenne psicologa e vicepresidente dell’Opera nomadi di Padova morta al pronto soccorso dell’ospedale di Padova il 5 gennaio 2008 per setticemia provocata da una fascite necrotizzante non diagnosticata per tempo, ha fatto discutere la lettera d’opinione del dottor Maurizio Chiesa (presidente della sezione Simeu del Veneto e Trentino Alto Adige) pubblicata sul nostro giornale nell’edizione del 10 gennaio scorso. In questo suo optical point Chiesa citava il caso Cimento per ribadire che non c’è malasanità. Pronta la replica del dottor Roberto Carbone, medico chirurgo e specialista di Malattie Infettive dell’azienda ospedaliera di Alessandria, cugino di Marta. Fu lui che fece, a distanza, la diagnosi di setticemia desunta dalla sintomatologia riferita dal padre della psicologa, durante una drammatica telefonata. Parlò pure con un collega del pronto soccorso. Inutilmente.  Forte è pertanto il suo rammarico. «Il dottor Chiesa ha espresso precise considerazioni in merito a tale vicenda, probabilmente senza conoscere il reale svolgimento dei fatti e senza che nessuno avesse richiesto il suo parere, in un momento così delicato dell’inchiesta penale tutt’ora in corso». Il cugino di Marta non discute la validità della dissertazione di Chiesa «nell’illustrare giustamente le difficoltà che incontra quotidianamente il personale sanitario che presta servizio in un pronto soccorso». Sotto questo aspetto, Carbone si dichiara «completamente concorde». Contesta i passaggi successivi, quando l’opinionista «entra in modo indelicato e superficiale nel merito di una vicenda sanitaria di estrema gravità e da discutere nelle sedi competenti».  In un caso che conosce molto bene, il cugino di Marta si vede costretto «ad interrompere il riservato e corretto comportamento finora mantenuto per precisare e ricordare quattro punti di basilare importanza. «Anzitutto la paziente Marta Cimento non si è presentata al pronto soccorso di Padova a causa di una febbre che nel volgere di poche ore l’avrebbe portata inaspettatamente al decesso (come erroneamente e superficialmente riportato nella missiva del dottor Chiesa) ma con febbre importante che durava da ben 6 giorni e con altrettanto importanti segni di coinvolgimento sistemico». Inoltre la causa del decesso è stata identificata «in un grave ed evidente processo setticemico non riconosciuto, secondario ad una estesa infezione dei tessuti molli, macroscopicamente visibile». La setticemia è una grave e frequente emergeza clinica che «impone immediati provvedimenti con accertamenti e trattamenti diagnostico-terapeutici di rapida e facile esecuzione, da porre tempestivamente in essere per evitare che il processo setticemico evolva fino alla fase di scompenso». Purtroppo questi provvedimenti «non sono stati assolutamente intrapresi».  Dalle 8 alle 14,38 del 5 gennaio, a Marta non venne fatta alcuna infusione di liquidi in vena, né una terapia antibiotica e nemmeno un intervento chirurgico di bonifica del focolaio dei tessuti molli. Interventi fondamentali per garantire alla paziente concrete possibilità di sopravvivenza. Non è stata neppure sottoposta ad emogasanalisi per rilevare l’acidosi lattica, basilare nell’inquadrare correttamente la gravità della setticemia, E non le furono rilevati i parametri vitali. – Enzo Bordin

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Dal Mattino di Padova una superficiale quanto inopportuna opinione del Presidente della SIMEU

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 Il caso Cimento non è malasanità

il mattino di Padova – 10 gennaio 2009   pagina 01   sezione: PRIMA

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