06.06.08

Parlare di integrazione e di diritti quando ci si riferisce alle comunità rom e sinte non ……….

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Parlare di integrazione e di diritti quando ci si riferisce alle comunità rom e sinte non è mai stato un compito facile.

Strade diverse dal continuo accanimento mediatico ci sono, ma bisogna volerle percorrere. "Buone pratiche" sperimentate e consolidate in lunghi anni di impegno di associazioni e amministrazioni "illuminate" dimostrano che l’integrazione è possibile e costa meno del mantenimento dei campi-favelas comunali e delle ricadute sociali dell’emarginazione.

Parlare di integrazione e di diritti quando ci si riferisce alle comunità rom e sinte non è mai stato un compito facile, neppure in momenti in cui media e politici ostentavano l’intenzione di voler imbastire un confronto serio sulla questione. Fino a qualche tempo fa infatti era possibile distinguere tra coloro che intendono affrontare l’argomento in modo costruttivo, e coloro che ciclicamente se ne servono per distogliere l’attenzione dalla propria incapacità di mantenere le promesse elettorali. Attualmente, invece, programmi di partito e articoli di giornale convergono in un continuo accanimento verso chi vive ai margini della società, parlando per luoghi comuni e stereotipi.

E quando esponenti delle Istituzioni parlano lo stesso linguaggio di potenziali teste calde, seppur con un tono più raffinato, nessuno ha diritto stupirsi di come possano verificarsi aggressioni che restano impunite come quella di Ponticelli, o che peggio vengono premiate, come è avvenuto ad Opera, dove chi ha guidato l’attacco al campo nomadi comunale è diventato Sindaco. Per queste ragioni l’accanimento contro Sinti e Rom ha una matrice politica, e non è semplicisticamente riconducibile ad un generico clima di frustrazione diffusa che esplode in corrispondenza di fatti di cronaca, su cui, concordiamo senza esitazioni, è doveroso che Magistratura e Forze dell’Ordine intervengano tempestivamente.

Quanto è facile parlare di espulsioni di massa, di rilevazione del dna, di chiusura dei campi nomadi comunali, senza poi spiegare che tali misure non sono fattibili, perché la stragrande maggioranza dei Rom e dei Sinti sono cittadini italiani e che il nostro Paese è vincolato a trattati internazionali che ne impedirebbero l’attuazione!

Altre strade ci sono, ma bisogna volerle percorrere. Le cosiddette "buone pratiche" sperimentate e consolidate in lunghi anni di impegno di Associazioni e Amministrazioni "illuminate", dimostrano che l’integrazione è possibile, e costa anche meno del mantenimento dei campi-favelas comunali e delle ricadute sociali dell’emarginazione.

L’Opera Nomadi in dieci anni di progetto di mediazione tra scuola e famiglia ha praticamente debellato l’evasione scolastica, portando al conseguimento della scuola dell’obbligo la prima generazione di Sinti e Rom in tutto il territorio di Padova e di alcuni comuni limitrofi, mentre nel resto della regione i dati sull’abbandono restano ai livelli di trent’anni fa. Alcuni ragazzi frequentano anche le scuole superiori e cominciano ad affacciarsi sul mondo del lavoro con competenze e prospettive tutte nuove.

Il secondo nodo da sciogliere per l’affrancamento di sinti e rom da secoli di discriminazioni e persecuzioni, è il lavoro, intervenendo a vari livelli. A livello legislativo portiamo avanti la proposta di comprendere rom e sinti nelle categorie svantaggiate delle cooperative di utilità sociale, che garantirebbe un inserimento "protetto" anche per coloro che non hanno maturato alcuna esperienza. Dal punto di vista burocratico e fiscale andrebbero semplificate e alleggerite le procedure e le imposte sullo spettacolo viaggiante, che stanno facendo lentamente morire il tradizionale mestiere delle giostre e dei circhi.

A livello locale inoltre le Amministrazioni dovrebbero agevolare le molte iniziative imprenditoriali anch’esse legate ai mestieri tradizionali, ad esempio favorendo la nascita e l’avviamento di piccole cooperative di recupero e riciclaggio di materiale metallico, anche tramite la sottoscrizione di convenzioni con le aziende di smaltimento rifiuti.

A Padova il tema della formazione lavoro è stato affrontato congiuntamente a quello della chiusura di uno dei campi comunali, attraverso il progetto di autocostruzione "Villaggio della Speranza". Dopo un corso di formazione teorico pratico i residenti saranno direttamente assunti come apprendisti dalla cooperativa incaricata dei lavori, e costruiranno i propri alloggi, cedendo parte dello stipendio per co-finanziarne la realizzazione. L’originalità del progetto va oltre alla sistemazione di undici nuclei storici padovani e alla formazione professionale e risiede nel coinvolgimento dei sinti stessi in tutte le sue fasi, dal titolo, alla pianificazione, alla messa in opera.

Chiudere i campi comunali, che rispondono ad una bieca logica di controllo sociale, è un dovere morale per un Paese che ama, non sempre a ragione, definirsi europeo, ma le alternative ad essi vanno concordate con i diretti interessati caso per caso. Se i rom dell’est infatti, per tradizione storica vogliono vivere in casa, molti gruppi di rom italiani e di sinti aspirano a sistemarsi in piccoli terreni privati, detti microaree, in cui vivere in roulotte con la propria famiglia allargata. Di queste realtà ne esistono a Padova e dintorni circa una ventina, integrate nel tessuto urbano, in cui le persone gestiscono la propria vita in modo del tutto autonomo, lontane dall’assistenzialismo ipocrita che vuole mantenere in vita i campi ghetto che riempiono le bocche dei troppi giornalisti e politici che non vi sono mai entrati.

Marco Tombolani – Opera Nomadi di Padova

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15.06.06

COMUNITA’ ROM ITALIANA CHIEDE LAVORO E DIRITTI

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PRESENTATA PIATTAFORMA DI PROPOSTE A GOVERNO PRODI
(ANSA) – ROMA, 10 GIU – L’abolizione della Bossi-Fini,
politiche sociali adatte all’inserimento nel mondo del lavoro,
l’accesso alla formazione scolastica e all’edilizia popolare.
Queste le richieste che la comunita’ di Rom romeni in Italia
rivolge al nuovo governo ed in particolare al nuovo ministro
della Solidarieta’ sociale, Paolo Ferrero. La piattaforma di
proposte all’esecutivo Prodi e’ stata presentata questo
pomeriggio nel corso di una conferenza stampa organizzata
dall’Opera Nomadi e alla quale hanno partecipato rappresentanti
Rom da tutta Italia oltre che il parlamentare di Rifondazione
comunista e membro della Commissione Affari Sociali,
Massimiliano Smeriglio.
Secondo il presidente dell’Opera Nomadi, Massimo Converso,
sono oltre mille i Rom che ogni mese arrivano in Italia dall’Est
Europa, in particolare dalla Romania, Bulgaria e Moldavia. Un
flusso verso l’Occidente che e’ cresciuto in maniera
preoccupante, spiega Converso, principalmente per una pesante
alluvione nella regione danubiana a maggiore presenza Rom e per
un decreto del governo romeno sull’influenza aviaria che ha
colpito un settore che consentiva ai nomadi di allevare pollame
ed avere un minimo di autosufficienza.
Sarebbe quindi uno stato di estrema poverta’ e disperazione
a spingere i Rom ad attraversare l’Europa in cerca di
sopravvivenza in Italia: ”Veniamo qui’ perche’ siamo disperati
- spiega un rappresentante della comunita’ Rom di Roma -
piuttosto che morire di fame nel nostro Paese preferiamo vivere
in baraccopoli e sopravvivere di espedienti, ma lo facciamo solo
perche’ non troviamo lavoro e perche’ non riusciamo a integrarci
con la comunita’ italiana”.
E proprio per favorire l’inserimento nel tessuto sociale
italiano che i Rom romeni chiedono politiche sociali che li
aiutino a integrarsi, a trovare un lavoro, a godere dell’
istruzione scolastica e di diritti di cittadinanza: ”Chiediamo
lavoro – spiegano i nomadi in un documento – per esempio licenze
di commercio e mercati specializzati nella tradizione romani’
(piccolo antiquariato, usato, artigianato), l’inserimento
guidato e incentivato nell’edilizia dov’erano specializzati in
Romania, e nell’agricoltura”.
”Al governo – aggiungono – chiediamo anche grande
attenzione all’istruzione, chiedendo di coprire i costi della
scolarizzazione dei nostri figli come sancito dal protocollo
d’intesa tra Ministero dell’Istruzione e Opera Nomadi e di cui
le Direzioni scolastiche regionali lamentano la mancanza di
sostegno economico”.
Tra le priorita’ anche la casa, perche’ ”i Rom non
desiderano alloggi collettivi e disprezzano i campi, per questo
urge una politica di affitti agevolati e di piccoli villaggi
autocostruiti come quello di Latina nel Lazio”. Infine, la
comunita’ Rom romena in Italia chiede l’abolizione della legge
sull’immigrazione Bossi-Fini, ”per accordare la futura politica
d’accoglienza dell’Ue e per riconoscere cittadinanza italiana ai
figli dei Rom nati nel nostro Paese”.
L’Opera Nomadi, a nome della comunita’ Rom italiana, auspica
quindi un’audizione in Commissione Affari sociali alla presenza
del ministro Ferrero, in modo da poter aprire un tavolo di
confronto ”prima che sia troppo tardi visto che ogni mese mille
nomadi fanno ingresso in Italia e che spesso le loro condizioni
di vita sono drammatiche”.
Un appello all’opinione pubblica, infine, contro gli
stereotipi legati al mondo dei nomadi spesso alimentati da
”cattiva informazione” e’ stato fatto da Massimo Converso, che
ha citato il caso della recente trasmissione di Anna La Rosa
‘Alice’ sul tema della pedofilia. Secondo Converso, e’, infatti,
assolutamente sbagliato e ingiustificato associare la pedofilia
al mondo Rom. (ANSA).