04.05.09

Politiche Possibili abitare le città con i Rom e i Sinti

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01.07.06

EUROPA D?AUTORE – Matvejevic riscrive e amplia il suo celebre libro-denuncia

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Il mio MONDO EX dalla zattera dissidente contro le democrature

Siamo abituati a perdere. Ogni giorno qualcuno intorno a noi si allontana o sparisce, un’amicizia o un amore impallidisce o si estingue, la morte si porta via uno dei nostri. Perdere fa parte del destino.
Però è raro perdere un paese. A me è capitato. Non parlo di uno stato o di un regime, ma proprio del paese dove sono nato e che, ancora ieri soltanto, era il mio. Non c’è più. Ho amato la Iugoslavia intera, indivisa, unita. Senza peraltro essere un nazionalista iugoslavo. Come avrei potuto esserlo, avendo origini croate, russe, ucraine e altro ancora? Ero affezionato ai luoghi, ai loro abitanti, a tante cose che mi erano vicine.
Ho fatto miei in uno stesso tempo l’Adriatico e il lago di Ohrid in Macedonia, le Alpi slovene e le rupi montenegrine. Ho considerato serbi e croati come fratelli, in particolare quelli tra loro che, come me, si opponevano allo sciovinismo serbo e croato. Non perdonavo a costoro di disprezzare i bosniaci, di volerli asservire o convertire. Mi sentivo a casa mia in Vojvodina, in mezzo a tante minoranze nazionali, e ho avuto degli amici nel Kosovo, tra gli albanesi. Mi davo da fare quanto potevo per essere di sostegno a un piccolo gruppo di italiani rimasti in Istria dopo un tragico esodo, così come ai nostri zingari , dispersi in ogni parte.
Gli zingari furono numerosi nel mio paese: qualche volta mi facevo passare per uno di loro.
Affermo, signori giurati, di non aver auspicato la disgregazione della Iugoslavia. I nazionalisti hanno un bel rimproverarmi uno iugoslavismo che qualificano “unitarista”. Confesso di non amare la maggior parte delle parole che finiscono in “ismo”: preferisco quelle in “tà”, come fraternità, o libertà, e altre come forse iugoslavità, nel senso che alla parola davano un tempo i migliori dei nastri antenati e, ancora recentemente, i più valorosi dei resistenti Signori croati, sappiate che io non sono meno buon croato di voi, per il fatto di essere cosmopolita e amico degli altri iugoslavi. Signori serbi, io amo il vostro popolo, pur denunciando quei caporioni nazionalisti che tanti tra voi hanno applaudito. Aborrisco tanto gli ustascia quanto i cetnici, senza chiedervene scusa.
Onoratissimi prelati di ogni confessione, devo pregare anche voi di assolvermi dal peccato di aver creduto che le chiese ortodosse e cattoliche, che invocano un unico Cristo, avrebbero potuto fare di più per avvicinare i loro fedeli e condannare l’odio per il prossimo che li anima.
Non ho nient’altro da ammettere davanti ai giudici dei nostri tribunali nazionali né da confessare ai nostri direttori di coscienza. Non intendo più lottare per la restaurazione di una nuova Iugoslavia. Come potrei farlo, anche se lo volessi? Con chi e con quali mezzi? Dopo Vukovar, Sarajevo, Mostar, Srebrenica e tanti altri luoghi di sterminio, so bene che sarà necessaria più di una generazione per ricostituire i legami tua di noi, e che forse mai più la nostra unità sarà ricostituita. Molto probabilmente l’avvenire sarà più favorevole per voi, vincitori, che per noi che abbiamo perso.
Devo riconoscere, per completare la mia deposizione dinanzi ai nuovi tribunali, che nessuno mi ha costretto a lasciare il mio paese, o ciò che resta di esso. Ho scelto con piena consapevolezza uno status, poco confortevole, “tra asilo ed esilio”. Avrei potuto restare, adattarmi, mantenendo il silenzio. (Ci sono silenzi che finiscono per diventare eloquenti). Dopo aver difeso, sono il regime che è crollato, certi prigionieri che adesso reggono le redini del potere, non avevo niente da temere. Uno di loro avrebbe persino voluto offrirmi una carica nella gerarchia. Mi sembrava più dignitoso l’esempio dei vecchi marinai pronti ad affondare con la loro nave in pericolo. Ho affrontato questo pericolo levando le ancore.
In effetti, nel caso specifico, non si tratta semplicemente di una patria perduta (l’idea di “patria” talvolta è ambigua, il suo passato non è sempre senza macchia). Come numerosi miei contemporanei, ho creduto che la nostra civiltà fosse capace di fondare e preservare comunità dove potessero coesistere varie nazioni, differenti culture, diverse religioni. Con il mio paese ho perso anche quella fede. (Su questo starò zitto, per paura di sembrare sentimentale o di lamentarmi). Non posso far altro che disapprovare il comportamento di certi intellettuali tradizionali – serbi, croati, sloveni o altri – che sostengono il nuovo regime esattamente come servivano il vecchio.
(Ecco perché già da tanto tempo ho scelto la via della dissidenza. E non intendo cedere su questo punto.)
Cosa resta a chi decide di uscire da un simile circolo vizioso e di andarsene? Dietro di lui una vita, come si dice. Sono due strumenti e due metafore dell’esistenza di un rifugiato: si parte su una zattera e si porta un fagotto. Sulla zattera c’è poco spazio, nel fagotto c’è poco posto. Quest’ultimo contiene le cose più elementari: indumenti essenziali, alcuni documenti necessari, foto di famiglia, a volte un oggetto più personale, legato a un ricordo. Sono rari quelli che fanno scivolare da qualche parte un libro, a meno che non si tratti di un breviario per le preghiere o di un manuale per apprendere la lingua del paese di destinazione.
Certe esperienze contano più di altre. Avevo ormai perso i miei genitori e la maggior parte dei miei cari. Le nuove “democrature”, a differenza dei regimi comunisti, permettono ogni tanto di tornare. È un vantaggio considerevole, a condizione di beneficiarne senza che se ne esiga una contropartita. (Ma per quanto mi riguarda, qualsiasi gratitudine è esclusa.)
Ricordo sempre uno dei miei primi incontri con gli emigrati dell’ex Iugoslavia, all’inizio della guerra, in un treno che partiva dalla Bosnia verso l’italia. Era strapieno e rumoroso. Nei vagoni di seconda classe c’erano soprattutto donne vecchie e giovani, madri con bambini piccoli. Riconoscevo i croati cattolici e i musulmani, distinguevo gli uomini dall’accento, le donne dal modo di vestire. (I serbi ortodossi erano partiti nella direzione opposta, diretti a oriente, verso la Serbia: alcuni erano stati costretti a partire dai propri connazionali. Non deve essere stato facile nemmeno per loro lasciare le proprie case.) Sentivo nomi a me noti dall’infanzia: Emina, Enes, Pero, Ante, Jasmina, Ismail, Andjelka, Fatima. Tutta povera gente: quella che in Bosnia, fin dall’epoca turca, si chiamava Raja. Donne anziane con il fazzoletto legato sotto il mento, uomini con folte barbe, gli uni e le altre riarsi dal sole al quale erano stati a lungo esposti, e che in quella primavera senza pioggia si era fatto improvvisamente forte.
Ho visto fuggiaschi come questi durante la seconda guerra mondiale. Li chiamavamo con la parola arabamuhadziri, giunta con i turchi nelle nostre regioni. La maggior parte dei miei compagni di viaggio non sapeva dove stava andando. Alcuni avevano parenti in Croazia o in Slovenia, che si trovavano lì per lavoro. Trascinavano vecchie valigie, zaini, scatole di cartone legate con lo spago, buste di nailon che si rompevano di continuo… i loro fagotti. Alcuni avevano fatto una parte del viaggio lungo la costa adriatica, si erano imbarcati sui traghetti Vanga e Liburnija; con queste zattere erano andati per mare, probabilmente per la prima volta in vita loro, fino all’isola di Pago, nel viaggio verso Fiume. Altri si erano diretti verso nord via terra, evitando i punti pericolosi. Non tutti avevano potuto varcare la frontiera continentale tra Bosnia e Croazia, che fino a quel momento non esisteva: erano privi di mezzi, l’aiuto internazionale non era sufficiente, il paese traboccava di profughi.
Da Zagabria, il treno si era diretto verso la frontiera slovena e lì si era fermato. Una parte dei passeggeri aveva dovuto abbandonare i vagoni, la Slovenia non li poteva accogliere tutti. (Un mio amico di un tempo, ex scrittore e attuale ministro, aveva dichiarato che il numero dei profughi doveva essere rigorosamente limitato. La generosità non è illimitata). Tra la Croazia e la Slovenia era già stato costruito un nuovo edificio confinario, sulla cui “architettura” non ero riuscito a farmi un’idea precisa. Di qui passavo spesso, avevo imparato lo sloveno, mi sentivo come a casa mia. Mi stavo abituando al fatto che esistevano nuove frontiere. Non potevo fare nulla per imuhadziri della mia Bosnia, che avrebbero voluto tornare dietro.
Tornare dove? Le loro case erano state incendiate e distrutte dalle bombe di un esercito che si definiva “iugoslavo”. Loro stessi, fino a quel momento, venivano considerati iugoslavi; adesso erano bosniaci, croati, serbi, musulmani, cattolici, ortodossi, tutti diversi gli uni dagli altri pur essendo simili.
Proseguii il viaggio con coloro che avevano superato anche questa frontiera. Ci avvicinammo a quella italiana. Il treno, senza orario, si fermò alla stazione di Divacia, a poca distanza dall’italia. Un centinaio dei miei compagni di viaggio scesero dai vagoni, volevano rimanere a ogni costo nel loro paese, non volevano andare all’estero. Intervenne un gruppo di poliziotti. Assicuravano che in Italia era tutto pronto per riceverli, spingevano indietro alcuni dei più riottosi. “Noi rimaniamo qui. Questa è la nostra patria!” dicevano i vecchi. “No, questa è la Repubblica Indipendente di Slovenia”, rispose un poliziotto.
Le donne piangevano, ma non tutte: alcune erano ormai indifferenti. I bambini camminavano sui binari, facendo i loro bisogni dove capitava. C’era confusione, le autorità erano scontente.
Il treno aspettava.
Alla fine si misero d’accordo: una metà sarebbe rimasta, l’altra avrebbe proseguito il viaggio. Attraversammo quasi senza formalità la frontiera italiana. A Opicina ci aspettavano la popolazione slava e italiana, la Croce Rossa e la Caritas, la radio e la televisione, i pacchetti ben confezionati, all’italiana, doni di persone di buona volontà. In prossimità della frontiera, nei luoghi che una volta dividevano l’ex “zona A” dalla ex “zona B”, già causa di lunghe dispute italo-iugoslave, erano state erette le tendopoli. Qui imuhadziri bosniaci ed erzegovesi sarebbero stati ospitati provvisoriamente, finché non si fosse trovata una “soluzione migliore”. Quale? E quando? Alcuni sarebbero stati trasferiti subito in località della zona di confine, i cui nomi sentivano per la prima volta: Cervignano, Cividale, Paluzza, Pontebba, Caserma Monte Pasubio. I bambini erano contenti, nei pacchetti italiani c’erano dolci. (Il giorno dopo anche il ministro italiano per l’immigrazione dichiarò che non c’era più posto per i profughi bosniaci in Italia; in futuro gli aiuti sarebbero stati inviati direttamente nei Balcani).
Ho passato la notte successiva vicino alla frontiera, a Trieste: un’identità di frontiera, ha scritto il mio amico Claudio Magris, che vive in questa città a me così vicina, italiana e in parte slava, mediterranea e centroeuropea, cosmopolita e nazionalista. Mi è tornata in mente una canzoncina che avevo sentito per la prima volta durante la guerra, da un soldato italiano che, dopo la capitolazione dell’italia, aveva disertato, si era rifugiato per qualche settimana in casa nostra e poi aveva raggiunto i partigiani: “Senza frontiere, senza bandiere” (era forse triestino, si chiamava Mario, non ricordo il cognome).